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Mercato al servizio del cittadino o cittadino al servizio del mercato?
* Coordinatore PD Locate di Triulzi
Negli ultimi 5 anni in Italia hanno chiuso oltre 100 mila negozi e sono andati in fumo almeno 250 mila posti di lavoro. A dirlo è il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, nella sua relazione all'Assemblea annuale 2010 dell'associazione. I negozi che chiudono lo fanno senza fallire; scompaiono e nessuno se ne accorge. Con essi spariscono servizio di vicinato e lavoro.
Nessuna nostalgia del buon (?) tempo andato. No, anzi.
Occorre solo fare un’analisi delle dinamiche dello sviluppo economico degli ultimi decenni per capire dove stiamo andando e se il posto dove stiamo andando è quello giusto.
Chi ha studiato un poco di economia sa che il mercato, se lasciato libero di perseguire i suoi interessi e non quelli della società, tende inesorabilmente alla eliminazione della concorrenza e alla realizzazione di monopoli; soprattutto nei settori dei beni di prima necessità: alimentazione, energia, comunicazioni, trasporti, salute, istruzione.
In regime di concorrenza perfetta i prezzi coprono esattamente i costi di produzione: materie prime, lavoro, ammortamenti, imposte, interessi. Per le rendite da capitale non c’è spazio.
Al contrario, più ci si allontana dalla concorrenza perfetta, più la differenza tra prezzi e costi si fa grande e la rendita da capitale elevata.
Ecco perché il mercato tende naturalmente a distruggere la concorrenza e a favorire i monopoli.
Io credo che in questi ultimi venti anni la briglia sciolta sul collo del mercato abbia distrutto artigianato, piccola industria e piccolo commercio a favore di una concentrazione imprenditoriale senza precedenti. La dispersione produttiva e commerciale degli anni 70 era probabilmente inefficiente ed antieconomica ma la giusta ricerca dell’efficienza doveva essere governata per mantenere un tessuto economico legato ai territori.
Anche il settore dei servizi pubblici è stato interessato da violenti fenomeni di concentrazione. La sanità ha visto l’eliminazione di tutte le strutture decentrate vicine alla popolazione (consultori, infermerie, servizi a domicilio) e oggi tra il medico di base e l’ospedale non c’è più nulla.
Le aziende erogatrici di gas, acqua e servizi di igiene ambientale si sono ridotte a meno di un terzo rispetto a venti anni or sono.
La scuola pubblica è oggetto di tagli e limitazioni destinati a favorire la scuola privata molto più remunerativa e potenzialmente oggetto di future concentrazioni.
Forse sarebbe necessario chiederci se questo fenomeno di concentrazione è veramente un miglioramento dell’efficienza economica del sistema economico e se questa efficienza va a vantaggio dei consumatori.
I dubbi riguardano:
La sicurezza.
La chiusura dei negozi e delle piccole attività riduce il tessuto relazionale di prossimità e il controllo sociale che ne derivava. Oggi puoi star male e morire senza che qualcuno se ne accorga per mesi se non per anni. I fenomeni di devianza non vengono riconosciuti fino a quando non provocano disastri.
Il reddito.
Le tariffe dei servizi pubblici (treni, autostrade, gas, luce, acqua, ecc.) non si sono abbassate mentre la manutenzione e l’ammodernamento delle strutture si è ridotto se non bloccato.
Certamente i prezzi dei supermercati sono più convenienti ma visto che sei tu che devi raggiungere le merci e non il contrario, quanto costa dovere avere e usare l’auto? Quanto costa il superfluo che inesorabilmente ci portiamo a casa dopo avere visitato un ipermercato?
La qualità.
Le merci che comperiamo nella grande distribuzione vengono da lontano e sempre più da paesi nei quali la sicurezza dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente e la qualità dei prodotti è scarsa. In realtà non abbiamo più alcun controllo sull’origine dei prodotti e quindi non possiamo condizionare i produttori a comportamenti eticamente, socialmente, ambientalmente e sanitariamente corretti. Non sappiamo più neppure se quello che mangiamo ci avvelena.
La democrazia.
Lo strapotere economico delle grandi concentrazioni produttive e commerciali rende difficile se non impossibile il controllo e l’indirizzo dei mercati da parte della politica quando addirittura non assistiamo ad un suo asservimento interessato.
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